Web Design

C’è chi dice NO (ai clienti) … e nel loro interesse.

26th Set 2015 | Posted in: Web Design  | visualizzazioni 0

“C’è chi dice no”, cantava un famoso cantautore, all’anagrafe Vasco Rossi, c’è o perlomeno c’era.

Oggi come oggi nel settore web o più generalisticamente “creativo”, si tende sempre a dire SI al cliente pagante, laddove per gli altri vige la regola di eseguire senza contraddire. Assecondare sempre a testa bassa la volontà del cliente pagante consapevoli di “meglio 100 euro in tasca che un cliente perso”.

“Signor si padrone ! Come vuole lei !” è la formula magica per ottenere consenso dando consenso. La ricetta magica per portarsi sempre a casa 4 spiccioli.

Questo è quel che avviene normalmente in numerosi studi grafici, web designer, tipografi, fotografi e sedicenti esperti che dalla loro somma saccenza non sanno contrastare un volere inopportuno, pur sempre in buona fede, di un cliente che pensa di aver trovato da solo la soluzione ai suoi problemi, improvvisandosi nella realizzazione di qualcosa che non sempre soddisfa i requisiti del mercato ed il target desiderato, o peggio ancora delegando a perfetti improvvisati un compito davvero importante come ad esempio l’identità di un marchio.

Scrive il buon Alberto Mucignat “Manager e non-designer fanno fallire il design” (http://goo.gl/MPX2b4), in particolar modo focalizzando il problema sulle “entrate a gamba tesa” di non designer che prendono decisioni sul design imponendo le proprie idee, perchè secondo loro “bisogna fare così”.

Un buon professionista DEVE ascoltare le proposte, valutarle con coscienza, dare un giudizio ponderato dal suo know how, e se necessario dire senza troppi giri di parole che quell’idea va cestinata per i vari motivi che saranno opportunamente elencati e i relativi riferimenti.

Un cliente non va accontentato laddove sta commettendo in buona fede un errore, un cliente va preso per mano e guidato sapientemente verso una SOLUZIONE alle sue esigenze. Il cliente va bacchetato se necessario, ma sempre nel suo interesse.

Prendiamo un esempio reale di un cliente guidato da un tipografo, che stava decidendo di mandare in stampa i biglietti da visita della nuova azienda appena fondata. Un’azienda di nanotecnologie applicate che unisce ricerca e sviluppo alla commercializzazione di prodotti di molteplice uso.

Parlando di sviluppo prodotto e comunicazione online, mi mostra il nuovo logo e biglietto da visita :

n1n0tech

Mi dice con entusiasmo che l’ha fatto lui e che gli piace molto.

Accenno con il capo un si forzato, pensando tra me e me che sarebbe stato davvero difficile fargli accettare il fatto evidente che questo logo poco aveva a che fare con la sua attività e che era palesemente improvvisato per costruirci sopra un’azienda di un certo spessore.

Ci lasciammo, dicendo che ci saremmo sentiti nel pomeriggio. Arriva un SMS che mi informava che stava dando l’ok per la stampa. Il suo tipografo in fondo manda in stampa tutto, se ne frega altamente se quel logo non funzionerà, lui stampa, è pagato per quello, un mero operaio. Stampa. Stampa. Stampa solo. Probabilmente non chiede, non consiglia, e se chiede e sa magari si affretta a stampare. Prima stampa prima incassa. E poi chi se la sente di dire come la si pensa su un logo che pone mille dubbi ? E se il cliente si stranisce ? Se il cliente va da un altro ? Il tipografo perde soldi, un pugno di euro, ma pur sempre soldi.

Io no. Non me la sento. Lo contatto e dico con tutta onestà che il logo non è in sintonia con il business che intenderà intraprendere, che mal si adatta, che non è tecnicamente un logo, che i colori non hanno senso come non ha senso il nome. Rischio con consapevolezza che le mie considerazioni possono essere fraintese, mal viste, che possano addirittura instaurare un rapporto conflittuale già prima di iniziare, che forse, il cliente me lo sto giocando dicendo semplicemente come la penso.

Ci incontriamo ed iniziamo a parlare. Parliamo di storia, del suo lavoro, del prodotto, del passato, dei nomi, del mare, e della Germania, un briefing preciso ma leggero, come una chiacchierata tra vecchi amici, annoto alcuni nomi, focalizzo alcuni concetti chiave : Nanotecnologia, Chimica, Applicazioni nanotecnologiche, n1n0 che potrebbe essere un gioco a livello di chimica molecolare. 6 linee prodotto che vanno dall’industria all’edilizia, passando per la sanitaria fino alla linea home.

Diversificazione di linee di prodotto, un naming più opportuno giocando sui concetti chiave di prima e valutando ciò che era rimasto libero a livello di naming (e domini web).

Escono fuori alcune possibilità : nanoindustry.it, nanolaboratory.it, nanocorp.it ,nchem.it, nanochem.it, nanochemlabs.it, nanochemical.it

Decidiamo di focalizzarci su nanochem , o meglio nanoch3m, dove il 3 è un chiaro riferimento alla chimica con ch3.

6 colori, una per ogni linea prodotto, un font idoneo, un giusto payoff. Matita, carta, una decina di schizzi, diverse prove colore, sviluppo su vettoriale di 4 proposte che sembravano più appetibili, ed ecco il pomeriggio seguente il logo che andrà a costruire la nuova realtà aziendale:

nanochem

Un logo che definisce chiaramente l’identità dell’azienda e ben si adatta al suo ambito applicativo, che rispecchia tutti gli standard e requisiti, e ben riconoscibile come unico dal suo mercato di riferimento.

Una solida base da cui iniziare a sviluppare strategie di marketing successive, che possa portare del reale valore aggiunto all’azienda.

La consapevolezza che prendere per mano un cliente e guidarlo verso una giusta soluzione può essere un rischio, ma è un rischio che fa parte del mestiere e deve essere affrontato perchè in fondo siamo creativi.

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